La storia del rapimento di Aldo Moro, a opera delle Brigate Rosse, avvenuta il 16 marzo 1978 rappresenta uno dei misteri più complessi della storia contemporanea della Repubblica italiana.

Questo articolo si concentrerà su due aspetti di assoluta rilevanza.
La posizione di Giulio Andreotti nei confronti del rapimento e il rastrellamento di Gradoli alla ricerca di Aldo Moro da parte della polizia avvenuto il 6 aprile 1978.

16 marzo 1978 – Reazione di Andreotti al sequestro

Andreotti ebbe un collasso da shock nervoso, diagnosticato dal dottore.
Ma ufficialmente rimaneva l’Andreotti affidato al cliché delle immagini pubbliche, pronto poche ore dopo la strage di via Fani a presentarsi alle Camere, impermeabile a qualsiasi emozione.
Con ammirazione e insieme con una punta di fastidio, allora si disse che il gelido Andreotti non si era smentito; che aveva reagito come una specie di automa, tanto senso dello Stato e poca umanità. E poi che aveva lasciato morire Moro, aggrappandosi a quell’astratto senso dello Stato.
Solo qualche anno dopo si è saputo che nei giorni del sequestro aveva radunato i quattro figli in una stanza della sua casa che guarda il Tevere e San Pietro. E insieme avevano parlato per ore di quello che poteva accadere, delle possibilità di un altro sequestro da parte dei brigadisti. […] Andreotti spiegò ai figli, e fu capito, che non c’era una strada diversa da quella che il governo aveva scelto. Di più: se fosse stato rapito lui, la famiglia doveva sapere che non era giusto scendere a patti con i terroristi.
Cercò di spiegarlo anche a Noretta Moro, la ragazza imperiosa che quarant’anni prima alla Fuci, non nascondeva la propria antipia verso “Giulietto”. Ma non gli riuscì. Non furono anni facili.

(Franco M., (2019) “C’era una volta Andreotti” RCS MediaGroup S.p.A., Milano, p.152)

4 aprile 1978 – Andreotti e la linea dura contro il terrorismo

“Andreotti ribadisce la condanna al terrorismo e la decisione di non cedere ad alcun ricatto:

“Quale mai patteggiamento potrebbe essere tollerato, oltre che inibito dalla coerenza della nostra identità costituzionale, verso gente le cui mani ancora grondano del sangue di Coco e della Sua scorta, di Croce, di Palma, di Berardi, di Casalegno e delle cinque vittime di via Fani?”

Andreotti trovò ascoltatori attenti e concorsi sulla sua linea di intransigenza.
(Selva G., Marcucci E., (2003) “Aldo Moro. Quei terribili 55 giorni.” Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, p.36)

In entrambe le fonti appare chiaro come la linea di intransigenza proposta da Giulio Andreotti nei confronti della lotta al terrorismo, fosse considerata come un elemento indiscutibile nella politica di approccio al rapimento.

Andreotti ha ribadito più volte, persino privatamente ai figli, che non si sarebbe mai dovuti scendere a patti con le Brigate Rosse, nemmeno qualora fosse stato rapito lo stesso Andreotti.

Una linea di estrema durezza da parte del Presidente del Consiglio che fu condivisa da tutti ma con qualche incertezza da parte di alcuni come ad esempio Bettino Craxi.

3 aprile 1978 – Craxi favorevole a sondare ogni strada per trovare Aldo Moro

“Nel pomeriggio, in un clima di segretezza, si svolge a Palazzo Chigi il vertice tra il governo e i segretari dei cinque partiti della maggioranza.
Bisogna decidere quale strada seguire. Alla fine tutti si trovano d’accordo sulla linea della fermezza. I cinque partiti sono dell’opinione che occorre fronteggiare col massimo rigore la sfida del terrorismo. Craxi dichiara:

“Dobbiamo esplorare tutte le possibilità per liberare il presidente della Democrazia Cristiana. E’ un problema politico dalle conseguenze difficili da prevedersi.”

(Selva G., Marcucci E., (2003) “Aldo Moro. Quei terribili 55 giorni.” Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, p.36)

Pur condividendo la linea di estremo rigore proposta da Giulio Andreotti, Bettino Craxi, in virtù della sua posizione autorevole, essendo appena uscito vittorioso dal Congresso di Torino, apparve deciso nel perseguire ogni strada al fine di liberare Aldo Moro.

Proprio su questo aspetto è importante ora analizzare uno dei più grandi e gravi errori compiuti dagli investigatori nella ricerca del presidente della DC, il rastrellamento di Gradoli.

Il rastrellamento di Gradoli, un errore causato da una seduta spiritica

Il 6 aprile 1978 avvenne il rastrellamento di Gradoli, piccolo comune del viterbese, nei pressi del lago di Bolsena, un errore gravissimo che consentì alle BR di ottenere un vantaggio strategico importantissimo sulla Questura.

Il rastrellamento venne autorizzato dalla Questura di Viterbo a seguito di una segnalazione proveniente da Romano Prodi, allora docente universitario, ottenuta attraverso una seduta spiritica avvenuta il 2 aprile presso la casa del professor Alberto Ciò.

Il nome Gradoli venne di nuovo in evidenza il 6 aprile, ma non come strada urbana di Roma, bensì come paese, allorché vennero controllate, ad opera della Questura di Viterbo, alcune case coloniche nel comune di Gradoli, vicino al lago di Bolsena.
L’operazione fu compiuta a seguito di una segnalazione pervenuta alla Direzione generale di PS per il tramite del Gabinetto del Ministro dell’Interno. Il biglietto autografo, trasmesso al Capo della polizia dal dottor Luigi Zanda Loi, capo ufficio stampa del Ministro Cossiga, conteneva due indicazioni: una relativa a «Casa Giovoni — Via Monreale, 11 – scala D int. 1 — piano terreno — Milano»; la seconda diceva: «lungo la statale 74, nel piccolo tratto in provincia di Viterbo, in località Gradoli, casa isolata con cantina». L’appunto è del 5 aprile. Il 6 aprile personale della Questura di Viterbo compiva il sopralluogo, con esito negativo.
La segnalazione ebbe origine da una seduta parapsicologica tenutasi il 2 aprile in casa del professor Alberto Ciò, nella campagna bolognese. Il professor Romano Prodi che, insieme ad altri docenti ed amici partecipò alla riunione, trasmise l’indicazione al capo dell’ufficio stampa dell’onorevole Zaccagnini, dottor Umberto Gavina.
Questi ha dichiarato al giudice istruttore Francesco Amato, innanzitutto «di aver ricevuto da varie fonti svariate notizie circa la prigione dell’onorevole Moro e di averne sempre informato il Ministero dell’interno, prescindendo da qualsiasi valutazione sulla loro attendibilità e provenienza»; di non ricordare chi gli segnalò la notizia relativa a «Casa Giovoni, via Monreale 11, Milano»; peraltro molte notizie gli pervenivano anche da anonimi a mezzo telefono. Per quanto riguarda la notizia concernente la località Gradoli, il dottor Cavina ha ricordato che gli fu data dal professor Prodi,
che andò appositamente da lui e gli precisò, manifestando un certo imbarazzo, che essa era risultata da una seduta spiritica.

Valiante M., Armella A., Barsacchi P., Battaglia A., Bausi L., Benedetti G., Bertone F., Borri A., Bosco M., Cabras P., Carta G., Caruso A., Cattanei F., Coco G., Colombo V., Corallo S., Covatta L., D’Agostini G., Della Briotta L., Flamigni S., Forni L., Fosson P., Franchi F., Lapenta N., La Valle R., Lombardo A., Lugnano F., Macis F., Marchio M., Martelli C., Martoni A., Milani E., Pecchioli U., Postal G., Rodotà S., Sciascia L., Serri R., Sterpa E., Tonutti G., Vernaschi V., Violante L., (29 giugno 1983) “Relazione della commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia.” Commissione parlamentare d’inchiesta, Roma. p.39

Rapimento di Aldo Moro e la descrizione della seduta spiritica

Il professor Prodi, con il professor Mario Baldassarri, l’ingegner Franco Bernardi, la professoressa Gabriella Bernardi, il professor Alberto Ciò, il professor Carlo Ciò, la dottoressa Emilia Fanciulli, la dottoressa Flavia Franzoni Prodi, il professor Fabio Gobbo, la dottoressa Adriana Grechi Ciò, la dottoressa Gabriella Sagrati Baldassarri, la dottoressa Licia Stecca Ciò, tutti amici e parenti tra loro, hanno prima scritto e successivamente ribadito formalmente alla Commissione che tutto venne fuori da un gioco. Un piattino fu fatto scorrere su un tavolo, sul quale erano state disposte a caso
le lettere dell’alfabeto, per rispondere a svariate domande. Alcune domande furono appunto poste circa il luogo in cui l’onorevole Moro era tenuto prigioniero. Tra una serie di indicazioni prive di senso compiuto e altre rilevanti, anche se non logicamente connesse, venne fuori la parola «Gradoli»: nome ignoto a tutti, ma che, riscontrato su una carta geografica, si rivelò corrispondente ad una località in provincia di Viterbo. Anche «Bolsena» risultò tra le parole di senso compiuto indicate dal gioco.

Valiante M., Armella A., Barsacchi P., Battaglia A., Bausi L., Benedetti G., Bertone F., Borri A., Bosco M., Cabras P., Carta G., Caruso A., Cattanei F., Coco G., Colombo V., Corallo S., Covatta L., D’Agostini G., Della Briotta L., Flamigni S., Forni L., Fosson P., Franchi F., Lapenta N., La Valle R., Lombardo A., Lugnano F., Macis F., Marchio M., Martelli C., Martoni A., Milani E., Pecchioli U., Postal G., Rodotà S., Sciascia L., Serri R., Sterpa E., Tonutti G., Vernaschi V., Violante L., (29 giugno 1983) “Relazione della commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia.” Commissione parlamentare d’inchiesta, Roma. p.40

La descrizione è stata proposta alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta e confermata da tutti gli interpellati.
Appare chiaro come il nome “Gradoli“, da questi atti, sembrerebbe essere stato desunto da una seduta spiritica attraverso l’uso di una tavoletta Ouija che tra le tante parole sconnesse avrebbe a un certo punto indicato proprio il nome del piccolo comune viterbese.

Il rapimento di Aldo Moro, dubbi sulla seduta spiritica

Aldo Moro si sarebbe potuto salvare? - History Facts

La Commissione si è posta il quesito se la seduta spiritica nella campagna di Bologna non sia stata il tramite, da parte di uno dei partecipanti, per far pervenire un messaggio. Per questo ha compiuto specifiche indagini, senza tuttavia trovare alcun elemento probante di questa ipotesi. Tuttavia sono rimasti gli interrogativi, se non altro per la ricchezza dei particolari indicati nell’appunto.
Ad ogni modo, pervenuta alla Direzione generale di PS la comunicazione e riscontrato l’esito negativo dell’accertamento effettuato in provincia di Viterbo, nessuno degli inquirenti pensò di collegare l’indicazione di Gradoli-paese a quella di Gradoli-strada di Roma, dove pure un’ispezione era stata compiuta il 18 marzo 1978.

Valiante M., Armella A., Barsacchi P., Battaglia A., Bausi L., Benedetti G., Bertone F., Borri A., Bosco M., Cabras P., Carta G., Caruso A., Cattanei F., Coco G., Colombo V., Corallo S., Covatta L., D’Agostini G., Della Briotta L., Flamigni S., Forni L., Fosson P., Franchi F., Lapenta N., La Valle R., Lombardo A., Lugnano F., Macis F., Marchio M., Martelli C., Martoni A., Milani E., Pecchioli U., Postal G., Rodotà S., Sciascia L., Serri R., Sterpa E., Tonutti G., Vernaschi V., Violante L., (29 giugno 1983) “Relazione della commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia.” Commissione parlamentare d’inchiesta, Roma. p.40

La Commissione Parlamentare d’Inchiesta ebbe dunque dei dubbi sull’autenticità della fonte, sostenendo che la seduta spiritica sarebbe potuta essere un tramite per proteggere una fonte.
Tuttavia, pur rimanendo importanti interrogativi, la Commissione non è riuscita a stabilire con certezza se questa dichiarazione fosse o meno veritiera ma venne considerata assolutamente attendibile, come si è visto, dalla Questura che procedette al rastrellamento del Comune di Gradoli, senza riuscire, tuttavia, a collegare, dopo il fallimento delle ricerche, la parola “Gradoli” a quella di una via di Roma reale sede della prigionia di Aldo Moro.

Il rapimento di Aldo Moro, scoperta del covo di via Gradoli

La scoperta del covo di via Gradoli 96 avvenne casualmente la mattina del 18 aprile ad opera dei vigili del fuoco, chiamati telefonicamente alle ore 9,47 da un inquilino dello stabile che aveva riscontrato una infiltrazione d’acqua.
Alcuni vigili del distaccamento del quartiere «Prati», agli ordini del Capo squadra Pietro Leonardi, constatata l’esistenza, nel soffitto della cucina dell’appartamento all’interno 7, di una vasta macchia, con stillicidio d’acqua proveniente dall’appartamento sovrastante ed accertato che nessuno si trovava in esso, vi entrarono attraverso un balcone, mediante scala a ganci, richiedendo contemporaneamente, secondo la prassi, l’intervento della Polizia. Una volta entrati constatarono che l’infiltrazione nel soffitto sottostante era stata provocata da una doccia, del tipo a telefono, lasciata aperta rivolta verso il muro, in corrispondenza di una sconnessione fra le mattonelle di rivestimento.
Gli stessi vigili del fuoco notarono nell’appartamento numerosi volantini delle BR. Della scoperta avvisarono subito per radio il loro Comando, perché provvedesse a far giungere sul posto la PS, già avvisata genericamente dell’intervento.

Valiante M., Armella A., Barsacchi P., Battaglia A., Bausi L., Benedetti G., Bertone F., Borri A., Bosco M., Cabras P., Carta G., Caruso A., Cattanei F., Coco G., Colombo V., Corallo S., Covatta L., D’Agostini G., Della Briotta L., Flamigni S., Forni L., Fosson P., Franchi F., Lapenta N., La Valle R., Lombardo A., Lugnano F., Macis F., Marchio M., Martelli C., Martoni A., Milani E., Pecchioli U., Postal G., Rodotà S., Sciascia L., Serri R., Sterpa E., Tonutti G., Vernaschi V., Violante L., (29 giugno 1983) “Relazione della commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia.” Commissione parlamentare d’inchiesta, Roma. p.41

Il ritrovamento del covo di via Gradoli 96, a Roma, avvenne per pura casualità e fu dettato dal fatto che il 18 aprile 1978 i vigili del fuoco fecero irruzione nell’appartamento a causa di un’infiltrazione d’acqua proveniente da un rubinetto della doccia lasciato aperto, non è chiaro se volontariamente o meno.

Questa incredibile e casuale scoperta mise fine alle ricerche sul luogo di detenzione di Aldo Moro che restò prigioniero delle Brigate Rosse ben 55 giorni fin quando non fu rinvenuto morto il 9 maggio 1978.

Bibliografia e fonti

  • Franco M., (2019) “C’era una volta Andreotti” RCS MediaGroup S.p.A., Milano

  • Selva G., Marcucci E., (2003) “Aldo Moro. Quei terribili 55 giorni.” Rubbettino Editore, Soveria Mannelli
  • Valiante M., Armella A., Barsacchi P., Battaglia A., Bausi L., Benedetti G., Bertone F., Borri A., Bosco M., Cabras P., Carta G., Caruso A., Cattanei F., Coco G., Colombo V., Corallo S., Covatta L., D’Agostini G., Della Briotta L., Flamigni S., Forni L., Fosson P., Franchi F., Lapenta N., La Valle R., Lombardo A., Lugnano F., Macis F., Marchio M., Martelli C., Martoni A., Milani E., Pecchioli U., Postal G., Rodotà S., Sciascia L., Serri R., Sterpa E., Tonutti G., Vernaschi V., Violante L., (29 giugno 1983) “Relazione della commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia.” Commissione parlamentare d’inchiesta, Roma.
  • Foto prese dal web.

Di Leonardo Vilona

Mi chiamo Leonardo Vilona, ho venticinque anni e sono uno studente universitario. Frequento il corso di laurea in Scienze Storiche dell’età moderna e contemporanea all’Università La Sapienza di Roma. Sono laureato triennale in Storia, Antropologia e Religioni. Titolo di laurea conseguito all’Università La Sapienza di Roma a 22 anni nel 2019 Sono un appassionato di storia, attualità, letteratura, politica, sport e di videogiochi, nel tempo libero inoltre mi dedico al gioco degli scacchi e al tennistavolo. Se volete mandarmi un messaggio privato inviate una mail a: leonardo.vilona@gmail.com

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