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Quando si studia una guerra occorre sempre tenere presente che il vettovagliamento degli eserciti rappresenta un elemento fondamentale per l’esito del conflitto. Se i soldati sono malnutriti saranno più deboli, scoraggiati, meno fedeli e maggiormente esposti alle malattie.

Quando un esercito invadeva un territorio nemico spesso reperiva il cibo sul posto saccheggiando gli abitanti locali. Ciò accadde anche nel corso della Grande Guerra ma il grosso delle risorse doveva essere fornito dai comandi centrali, che dovevano organizzare lunghe ed efficienti linee di rifornimento.

Il pasto dei soldati, detto “rancio”, variava a seconda del paese. L’alimentazione dei combattenti italiani, ad esempio, era decisamente migliore di quella degli austro-ungarici.

I soldati italiani

L’alimentazione dei soldati italiani variò notevolmente nel corso del tempo. In particolare le dosi vennero diminuite nel 1916 con la motivazione che per i soldati fosse necessaria una dieta più leggera.

Le razioni ufficiali non erano però sempre rispettate. La merce era spesso avariata e le razioni di rifornimenti di caffè, cioccolata, vino e grappa tante volte non arrivavano integre ai soldati di prima linea, perché passavano per le mani di troppe persone che se ne approfittavano per rubarne una parte.
Il pane era spesso sostituito dalla galletta, una specie di biscotto non lievitato, e il caffè da succedanei, come la cicoria. Infine, le trincee più vicine alle posizioni nemiche erano spesso difficili da rifornire.

Molti dei militari italiani erano contadini, abituati ad una dieta povera, ed ebbero la possibilità per la prima volta in vita loro di mangiare significative dosi di carne o di pasta. Per la prima volta molti uomini entrarono in contatto con questi alimenti.

La guerra portò anche alla diffusione di un nuovo alimento, la carne congelata. Questa era già diffusa negli Stati Uniti, ma in Italia mancavano grosse celle frigorifere che ne permettessero la distribuzione. Queste vennero costruite proprio in questo periodo per permettere di rifornire il fronte.

L’alcool

Se si leggono i racconti e le testimonianze dei combattenti colpisce sicuramente il grande consumo di bevande alcoliche da parte dei soldati. Possiamo vederlo, ad esempio, in Un anno sull’altipiano, romanzo autobiografico dello scrittore Emilio Lussu.

L’alcool veniva distribuito massicciamente prima degli attacchi. Bere consentiva infatti di stordire i soldati e renderli meno timorosi della morte. Come scrisse Lussu “l’anima del combattente di questa guerra è l’alcool”.

L’alimentazione dei civili

Anche chi rimase a casa dovette subire le conseguenze della guerra. In Italia, ad esempio, ci furono grandi problemi per il rifornimento del grano. I rifornimenti provenienti da Russia e Romania erano stati infatti bloccati fin dal 1914, prima ancora che l’Italia entrasse in guerra.

Lo Stato prese alcuni provvedimenti per controllare il consumo dei cittadini. Furono, ad esempio, prescritti dei giorni di astinenza per carne e dolci. Il pane, invece, doveva essere prodotto con farina poco raffinata. Lo scopo di queste misure era soprattutto simbolico. Si voleva infatti imporre una certa austerità al paese, per far condividere a tutti una parte dei sacrifici che stavano compiendo gli uomini impegnati al fronte.

Nel settembre del 1917 venne introdotto il razionamento dei generi di prima necessità. Ognuno aveva diritto a comprare solo una certa quantità di determinati alimenti e anche i ricettari dell’epoca cercavano di promuovere una certa frugalità.

Luigi Devoto, medico lombardo, spiegava come fosse raccomandabile una dieta vegetariana sia per la salute dei consumatori, che per via delle contingenze del momento: “facilita l’osservanza delle leggi di due Potenze Sovrane: la Fisiologia e la Patria”.

L’alimentazione fu un fattore decisivo per le sorti della Guerra. Gli Alleati riuscirono infatti a nutrire in maniera migliore i propri soldati e la propria popolazione civile rispetto agli Imperi Centrali. Questi ultimi, infatti, non riuscivano a rifornirsi dall’esterno, dato che gli alleati avevano messo in atto un blocco navale che impediva alle imbarcazioni mercantili di entrare o uscire dalle acque controllate dai nemici.

L’occupazione austriaca e i prigionieri di guerra

L'Austria nella prima guerra mondiale (1914-1918)

Nel 1917 l’esercito italiano subì una pesante sconfitta nel corso della battaglia di Caporetto, che portò gli austriaci ad occupare ampie zone del Friuli e del Veneto. Gli occupanti requisirono gran parte delle scorte e delle risorse disponibili al loro arrivo e i ¾ del raccolto del 1918.

La malnutrizione che ne conseguì comportò un aumento della mortalità fra la popolazione civile in questi luoghi, passata dal 14,8% annuo del periodo 1912-14 al 44,9% durante l’occupazione.

Anche per gli italiani fatti prigionieri dall’esercito nemico la situazione fu drammatica. Infatti per i soldati semplici nei campi di prigionia austriaci le razioni giornaliere erano di circa  1.000 calorie.

Bibliografia

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Sorcinelli, Paolo, Dalla polenta ai crackers: per una storia sociale dell’alimentazione, «Storia d’Italia. Annali», vol. 13. L’alimentazione, 1998

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Zingali, Gaetano, Il rifornimento dei viveri dell’esercito italiano durante la guerra, Bari, Laterza, 1926

Di Riccardo Bernabei

Riccardo Bernabei è uno storico laureatosi in Scienze Storiche all'Università La Sapienza di Roma. Innamorato della storia e delle sue innumerevoli sfaccettature è autore di numerosi articoli storici su History Facts e non solo!

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