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La guerra di trincea

I primi giorni della guerra furono caratterizzati dalla guerra di movimento. Gli eserciti avanzavano e arretravano per grandi distanze, scontrandosi in grandi battaglie campali, non molto diversamente da come accadeva al tempo di Napoleone. Ma, passata questa prima fase, il conflitto si trasformò in una lunga ed estenuante guerra di posizione.

Le trincee erano lunghi fossati, fortificati con diversi sistemi, nei quali i soldati vivevano per difendersi dagli attacchi. Lo spazio che divideva due trincee nemiche si chiamava terra di nessuno.

L’adattamento alla trincea

I soldati che combattevano nelle trincee subirono gradualmente un processo di adattamento alla situazione della guerra “cronica”, sia imparando a sopravvivere nelle trincee sia adattandosi al pericolo e alla monotonia che incredibilmente convivevano dal punto di vista psicologico.

La vita dei soldati italiani venne studiata da padre Agostino Gemelli, che osservò come la vita in trincea portasse ad un restringimento delle capacità cognitive. A questi periodi di mancanza di azione si alternavano assalti e bombardamenti durante i quali alcuni soldati notarono come ci fosse indifferenza di fronte alla morte dei propri compagni, vissuta come qualcosa di ordinario.

Le notti in trincea

Vita in trincea (in memoria della Grande Guerra) | School Magazine

In generale le notti in trincea erano più movimentate del giorno. Infatti, in assenza di azioni difensive o offensive i giorni erano relativamente tranquilli, mentre di notte bisognava stare all’erta poiché col favore delle tenebre i nemici avrebbero potuto tentare un attacco a sorpresa, i soldati uscivano di pattuglia, si potevano aprire dei varchi nei reticolati nemici in vista di un possibile attacco o potevano avvenire passaggi di disertori. Cosicché i soldati riuscivano a dormire un po’ solo durante le prime ore della giornata.

I pericoli

I soldati non rischiavano la morte solamente durante le azioni, ma c’erano altri pericoli, come la presenza dei tiratori scelti, soldati che avevano il compito di sparare ogni volta che un soldato della trincea opposta veniva allo scoperto, anche per poco tempo. Gli italiani chiamavano “cecchini” i tiratori austriaci. Il nome derivava probabilmente da Cecco Beppe, ovvero il nome con il quale veniva chiamato l’imperatore austriaco Francesco Giuseppe.

Un altro pericolo era rappresentato dalle malattie. La scarsa igiene, l’alimentazione insufficiente e la presenza di tanti uomini che vivevano a stretto contatto portava alla grande diffusione di epidemie. Alberto Mortara nel 1925 contava su un totale di 651.000 caduti italiani 186.000 morti per malattie.

Negli anni finali della guerra si diffuse poi una nuova malattia che avrebbe generato una vera e propria pandemia negli anni successivi, l’Influenza Spagnola.

Bibliografia e fonti

  • Alberto De Bernardi, Scipione Guarracino, La conoscenza storica, manuale, fonti e storiografia, Milano, Mondadori, 2000
  • Piero Melograni, Storia politica della Grande Guerra 1915-1918, Milano Mondadori, 2014

Di Riccardo Bernabei

Riccardo Bernabei è uno storico laureatosi in Scienze Storiche all'Università La Sapienza di Roma. Innamorato della storia e delle sue innumerevoli sfaccettature è autore di numerosi articoli storici su History Facts e non solo!

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