Il governo Di Rudini e l’attività diplomatica del marchese Emilio Visconti Venosta impressero un mutamento radicale alla politica estera italiana.

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I governi del primo quindicennio del Novecento proseguirono nella medesima direzione.
Sotto la guida di Giolitti, l’Italia ristabilì cordiali relazioni diplomatiche con Francia, Gran Bretagna e Russia, quest’ultima considerata un necessario contrappeso alla gravitazione dell’Austria-Ungheria verso i Balcani.

Altra scelta fu la guerra di Libia e tale scelta fu approvata da diverse forze sociali. Furono favorevoli quei settori dell’opinione pubblica che vedevano nella conquista di nuovi territori un’alternativa al flusso migratorio. Interessati erano anche i gruppi cattolico-moderati legati alla finanza vaticana, in particolare al Banco di Roma: avendo intrapreso da anni una penetrazione economica in quelle zone.

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Pienamente d’accordo, infine, era la stampa nazionalistica, che creò un vero e proprio clima di esaltazione guerriera.

Italia in guerra

Le operazioni belliche non durarono molto. L’Italia occupò Rodi e alcune isole vicine (Dodecaneso) per impedire il rifornimento di armi alla guerriglia libica da parte della Turchia. Quando una scorreria della nostra flotta giunse fino ai Dardanelli e minacciò di forzarli per raggiungere Instanbul, la Turchia si convinse a iniziare le trattative per la pace, che fu stipulata il 18 ottobre 1912 a Losanna.

Trattato di Losanna (1912) - Wikipedia

Fino alla Seconda guerra mondiale, dunque, il Dodecaneso rimase all’Italia.

Sul fronte interno come si è detto, i rapporti di collaborazione fra il partito socialista e Giolitti furono condizionati dalla rivalità, all’interno del partito, fra la corrente riformista e quella massimalista. Nel 1904 la componente rivoluzionaria guidata da Ferri e Labriola conquistò la maggioranza e impose l’abbandono della collaborazione con il governo. A sostegno della decisione la sinistra citò l’atteggiamento di Giolitti nei confronti delle manifestazioni popolari nel meridione.

Repressioni interne

Nel sud continuavano a reprimere in modo brutale le lotte di ceti e classi ritenute sovversive. Ciò accadde il 16 maggio 1904 a Cerignola e poi ancora a Torre Annunziata, a Candela e a Giarratana. L’episodio più grave si verificò il 4 settembre a Buggerru, nel Cagliaritano: i carabinieri spararono sui minatori che stavano protestando contro un aumento del loro orario di lavoro, provocando quattro morti. La Camera del lavoro di Milano, allora, indisse il primo sciopero nazionale della storia italiana.

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