Rispondendo a un bellissimo articolo di Deugemo pubblicato sul sito Esportsmag dal titolo:”Esports: l’utopia dell’uguaglianza tra uomini e donne”, ho sentito l’esigenza di dover riportare anche sulla mia bacheca il mio personale punto di vista.
Un punto di vista che è dettato da una grande esperienza come educatore e istruttore nel settore degli sport della mente che, in realtà, hanno tantissimi tratti in comune con gli sport elettronici.

Questione di cervello?

Nigel Short, celebre scacchista britannico, divenne famoso non solo per aver affrontato Garry Kasparov in un epico match qualche anno fa, ma anche perché prese posizione in merito al tema della disparità tra uomini e donne nel mondo scacchistico dicendo che:”Le donne non hanno il cervello per giocare a scacchi“.

Ovviamente niente di più sbagliato.

Judit Polgar in questo senso è stata una giocatrice eccezionale capace di arrivare nella top 10 mondiale grazie unicamente allo studio, all’applicazione e al lavoro.

Per quale motivo, tuttavia, solo la Polgar è riuscita ad inserirsi in questo contesto di soli uomini nel corso della storia recente?
Beh, le cose non stanno esattamente così, ma proviamo a capire prima che c’entra tutto questo con gli esport.

Ebbene, il paragone tra scacchi ed esport è estremamente azzeccato poiché i problemi sono comuni:
– Integrazione sociale
– Integrazione culturale
– Integrazione scolastica
– Maggiore attitudine a percorsi scolastici o formativi informatici e/o videoludici.
– Barriere architettoniche e linguaggio scurrile
– Presenza di giocatrici dello stesso sesso con cui condividere la stessa passione.
– Percorsi di agonismo specifici per le donne.

Integrazione sociale

Parliamoci chiaro, un videogiocatore professionista viene visto dal 99,9% della popolazione mondiale adulta o anziana come un “nerd” che “ha perso la sua vita dietro ai giochetti”.
Ne soffrono gli uomini, figurarsi le donne che già sono poche e che si sentono dire questo e forse anche di peggio!
Questo fenomeno, tuttavia, andrà lentamente a migliorare con il tempo in quanto alle vecchie generazioni si sostituiranno le nuove abituate a diversi “standard” e culturalmente preparati e predisposti ad accettare la cultura videoludica come “normalità” e non come una eccezione.

Integrazione culturale

Ora, fermiamoci un attimo a pensare a quanto è diverso e vario il mondo.
In Europa, così come in America, le donne hanno la possibilità di essere libere di giocare ai videogiochi così come di fare tantissime altre attività che, purtroppo, vengono invece impedite a chi si trova in situazioni culturali completamente differenti.
Questa è già una limitazione importantissima, poiché una grandissima fetta di potenziali videogiocatrici a livello mondiale viene meno solo per una barriera culturale, ovviamente considerando una parità di sviluppo tecnologico.
Anche qui, il progresso e l’ottenimento di nuovi e fondamentali diritti, permetterà alle generazioni future di poter raggiungere una parità.

Integrazione scolastica

La prima barriera, il primo vero scoglio, nasce in realtà già dai banchi di scuola dove c’è una importante disparità tra i due sessi.
Facendo un rapporto, bisognerebbe analizzare i dati che vedono giocare insieme ragazzi e ragazze fin dalle elementari ai videogiochi, secondo me verrebbero fuori dei dati allarmanti.
Secondo me, tranne che per i giochi giochi per cellulare, il 99,9% dei videogiocatori su PC o consolle appartiene o all’uno o all’altro sesso.
Una partita a Fortnite, ad esempio, sono certo che vedrà giocare un gruppo di tutti ragazzi piuttosto che un gruppo misto, oppure un gruppo di ragazze piuttosto che un gruppo misto.
Differenze che dovranno essere superate in futuro da una corretta educazione scolastica nei confronti della parità di genere.

Maggiore attitudine a percorsi scolastici o formativi informatici e/o videoludici

I dati del MIUR sulla percentuale di ragazze che scelgono percorsi universitari e/o superiori nel campo dell’informatica sono del tutto allarmanti e fortemente squilibrati nei confronti del sesso maschile.
Senza parlare poi delle accademie videoludiche che hanno un’altissima percentuale di partecipanti di sesso maschile.
In questo senso il MIUR dovrebbe intervenire con campagne di sensibilizzazione nei confronti di queste materie invitando nuove studentesse a iscriversi.
Alcuni passi sono stati fatti come ad esempio dei corsi di “coding” aperti a sole donne, come quello riportato in foto ma gli esempi potrebbero essere molteplici.

Barriere architettoniche e linguaggio scurrile

Può sembrare una stupidaggine ma in tantissimi sport l’organizzatore ha l’obbligo di fornire un bagno esclusivamente per le donne.
Oggi questa cosa è superata poiché gli impianti sportivi sono stati adeguati ma è da prendere in considerazione per gli esport nei confronti delle gaming house.
Stanza privata, bagno privato. Oltre al fatto che una donna in mezzo a tutti uomini potrebbe dare adito a fastidiosi e retrogradi pregiudizi e qui si ritorna al problema di integrazione sociale di cui sopra.
Altro serio problema è quello del linguaggio scurrile, spesso presente in modo completamente negativo nel campo degli esport in molteplici sfaccettature.
Certamente un ambiente volgare e scurrile non aiuta ad integrare gli uomini, pensate le donne!

Presenza di giocatrici dello stesso sesso con cui condividere la stessa passione

Stesso discorso fatto per i percorsi scolastici e universitari di informatica e/o videoludici, la presenza di donne comporta l’arrivo di altre donne, è una conseguenza inevitabile.
Perché è culturalmente e sociologicamente più semplice interagire con una persona dello stesso sesso piuttosto che del sesso opposto.
Certo, il problema è che prima di arrivare ad una buona presenza di donne bisogna risolvere tutti gli altri problemi elencati sopra, cosa assolutamente non semplice.

Percorsi di agonismo specifici per le donne

Mancano delle competizioni specifiche per donne, ok, non ci sono distinzioni certamente, dietro un mouse e una tastiera siamo tutti uguali, però è fondamentale che ci siano percorsi paralleli che permettano di raggiungere riconoscimenti e risultati che non siano strettamente collegati al concetto di “open”.
Negli scacchi, ad esempio, le donne giocano sia gli open che i tornei femminili e il numero di giocatrici sta aumentando vertiginosamente!
Perché non provarci anche negli sport elettronici?

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