Nelle ultime ore tutte le più importanti testate giornalistiche hanno battuto la notizia della caduta della città di Afrin, situata all’interno dell’enclave di Efrin, nel nord della Siria, ad opera delle forze armate turche e dell’esercito siriano libero (turcomanni).
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L’operazione “Ramoscello d’ulivo”, iniziata, per volere di Erdogan, il 20 gennaio 2018 allo scopo di liberare i confini turchi dai “terroristi” che si nascondono nelle fila curde, si è conclusa con successo. Tuttavia, appare chiaro, che dopo aver sacrificato quasi 3000 uomini, i turchi ed i loro alleati non si ritireranno facilmente dal cantone e, presumibilmente, questo avamposto permetterà alla Turchia di avanzare pretese anche sui cantoni vicini (Manbij, Erbil, ndr.)
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Dopo aver domato, nel 2016 il colpo di Stato, Erdogan ha consolidato il proprio potere, appoggiato, dopo violente purghe (il cui destino delle vittime è ancora sconosciuto, ndr.), da tutti gli apparati governativi. Erdogan vuole ripristinare il sultanato, vuole espandere i propri confini territoriali e vuole metterli in sicurezza con la forza delle armi, lo ha dichiarato più volte e sta eseguendo alla lettera ciò che nella sua mente si manifesta come un disegno scritto dal destino e benedetto da Dio.
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La convinzione nel martirio, da parte di Erdogan, della necessità di un sacrificio per difendere i confini nazionali è tale da portare il presidente turco ad utilizzare una bambina come strumento di propaganda, definendola pronta a morire per la patria qualora ce ne fosse necessità. L’operazione in Siria, il ramoscello d’ulivo, è partita con il consenso di USA, Russia e Iran, tre Stati che in Siria sono presenti ufficialmente per combattere l’ISIS e ristabilire l’ordine, ma in realtà stanno attendendo semplicemente il momento giusto per spartirsi ciò che rimane di un paese mutilato da una guerra civile che non merita. Assad è troppo debole e dipendente dai russi per poter alzare la voce, il suo canto del cigno nel Ghouta (quartiere di Damasco, ndr.), sta provocando un disastro in termini di morti civili e rifugiati che non sono gestibili nemmeno per una capitale di un regime dittatoriale al collasso. Assad ha rinunciato a difendere Afrin, troppo debole per spostare le truppe a nord, preferendo concentrare i suoi migliori reparti per conquistare un quartiere di una città che, al momento, se paragonata ad un intero cantone, ha ben poco di strategico.
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Nel Ghouta si sta compiendo un massacro, rimbalzano voci di attacchi chimici, di crimini di guerra, di violazioni dei diritti umani, nemmeno i convogli dell’ONU riescono ad entrare nel quartiere, attraverso il salvacondotto imposto dalle nazioni unite per portare rifornimenti alla popolazione civile che si ritrova coinvolta in una battaglia che continua quotidianamente casa per casa. Assad ha bisogno di eliminare i ribelli all’interno della sua capitale e lo sta facendo a qualunque prezzo, anche se verosimilmente, questa sua manovra militare lo porterà a dover affrontare delle ripercussioni enormi nel prossimo futuro.
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La stessa coalizione internazionale a guida statunitense sembra aver portato a largo della Siria una batteria di navi da guerra, equipaggiate con missili da crociera, in grado di colpire qualsiasi obbiettivo in Siria, un attacco che potrebbe avvenire nelle prossime ore qualora emergessero conferme dal punto di vista degli attacchi chimici. Nel frattempo, Macron, ha vietato ai giornalisti di raggiungere Afrin e il Ghouta, troppo pericoloso anche per il più spregiudicato reporter d’assalto, una polveriera, quella siriana, che rischia di esplodere da un momento all’altro e che potrebbe coinvolgere molti Stati.
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Le truppe turche sono entrate ad Afrin senza combattere, la città, dopo un esodo di quasi 200,000 persone avvenuto nei giorni scorsi verso le aree controllate dal governo di Damasco era sostanzialmente deserta, svuotata in tutto, anche dell’orgoglio. Turchi ed alleati hanno poi distrutto statue, issato bandiere e saccheggiato la città, un’operazione classica, in tutta la sua orrenda brutalità, di chi conquista. I curdi, hanno preferito non combattere, hanno scelto il ritiro piuttosto che un bagno di sangue in una città che forse non era nemmeno così importante, dopo aver perso circa 6000 uomini, dopo aver combattuto per mesi contro un esercito regolare, hanno preferito la via probabilmente più saggia.

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La conquista di Afrin segna per i turchi un traguardo importante, anche sotto il profilo psicologico, ora le mire espansionistiche volgono ad est, oltre le rive dell’Eufrate, i confini che uniscono la Turchia all’Iraq sono il prossimo obbiettivo di Erdogan, il PKK, presente in quei luoghi, è la scusa perfetta per una nuova operazione militare che in realtà, nelle scorse ore, è già partita. Una volta trovato l’accordo con gli Stati Uniti, presenti militarmente in questi luoghi, sarà poi la volta di Manbij e Idlib, due province importanti che potrebbero essere fondamentali dal punto di vista strategico ed al momento in mano, rispettivamente, ai curdi e all’esercito siriano libero, l’alleato di Erdogan ad Afrin che potrebbe ritrovarsi, presto, l’obbiettivo della prossima campagna militare del presidente turco. In tutto questo, la comunità internazionale non può in alcun modo intervenire, l’azione turca in Siria è legittima, in quanto ufficialmente le truppe di Erdogan stanno ripulendo i confini nazionali dai “terroristi” ed è lecito, secondo il diritto internazionale, difendere i propri confini se minacciati direttamente da una forza straniera. Una qualsiasi azione, sia da parte di Assad che di chiunque altro interlocutore mediorientale o meno, provocherebbe un problema di dimensioni, probabilmente, nemmeno pensabili al momento.
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La Turchia è un membro effettivo della NATO, oltre a possedere il quarto esercito dell’alleanza atlantica, una qualsiasi reazione contro i turchi potrebbe provocare l’applicazione del patto atlantico, costringendo la coalizione ad intervenire in supporto dell’esercito turco in Siria. Una situazione molto delicata, anche se appare chiaro che una via diplomatica sarà sempre un’opzione sul tavolo nel momento nel quale ci si siederà al tavolo delle trattative e la Siria pretenderà di riavere indietro i suoi territori. La vittoria di Afrin appare come solo l’inizio di una conquista ben più grande e articolata, di un’espansione territoriale turca che non si limiterà ad annettere solo piccoli territori ma una grande fetta di Siria che potrebbe essere localizzata nel nord, a cavallo con il confine iracheno.
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Erdogan ha iniziato la sua campagna, non si fermerà ad Afrin, non si fermerà fino a quando non avrà saziato la sua sete di gloria e conquista, per certi versi, per le parole e per tutta una serie di grotteschi motivi, tutto questo ricorda un pericoloso passato, un passato che fortunatamente non abbiamo vissuto ma che i più anziani tramandano con terrore, affinchè si possa evitare di ripetere gli stessi, spaventosi, errori.
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