Vita

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Gabriele D’Annunzio nacque a Pescara il 12 marzo 1863 da una famiglia agiata. Già a sedici anni decise di raccogliere le sue prime poesie in un libro che fu pubblicato a spese del padre col titolo Primo vere. Il volume ebbe un certo successo, anche perchè D’Annunzio fece circolare la voce che il giovanissimo autore era morto in seguito a una caduta da cavallo. Questo espediente è significativo del carattere intraprendente e privo di inibizioni dello scrittore.

Trasferitosi a Roma nel 1881, venne subito accolto nell’ambiente della società letteraria e nei salotti mondani e iniziò a collaborare con molti giornali e riviste , che pubblicarono alcuni suoi articoli di critica letteraria e artistica. Il soggiorno romano fu caratterizzato da una vita raffinata e dispendiosa, ma anche da una fervida attività letteraria.

A causa delle difficoltà economiche, dovute al suo stile di vita e alla disinvoltura nel contrarre debiti, nel 1891 si trasferì a Napoli, dove si legò sentimentalmente a Maria Gravina Cruyllas, sposata con il conte Anguissola, dalla quale ebbe una figlia, Renata. A Napoli scrisse l’Innocente e il trionfo della morte oltre alla raccolta poetica Poema paradisiaco.

Al 1897 risale l’incontro con la celebre attrice teatrale Eleonora Duse, con la quale intrecciò una lunga relazione. Nello stesso anno trovò anche il modo di entrare in politica e farsi eleggere deputato nelle fila della destra, salvo poi passare poco dopo, con un gesto clamoroso, nello schieramento della sinistra.

Durante il suo periodo fiorentino iniziato nel 1898, D’Annunzio pubblicò vari drammi in prosa e in versi con il proposito di rivolgersi a un pubblico di massa, di cui intendeva plasmare ed eccitare le emozioni. Nello stesso periodo si dedicò anche ad una intensa produzione poetica portando a termine i primi tre libri delle Laudi.

Dopo la pubblicazione nel 1910 di un altro romanzo. Forse che sì forse che no, D’Annunzio si trasferì in Francia per sfuggire ai numerosi creditori e lì rimase sino allo scoppio della prima guerra mondiale. Nel 1914 si cimentò anche nel cinema, collaborando al film muto Cabiria. D’Annunzio fu inoltre un acceso interventista, nel 1915 tornò in Italia e tenne numerosi e infiammati discorsi alle folle, volti a convincere l’opinione pubblica della necessità della guerra. D’Annunzio assunse così il ruolo di poeta “vate”, profeta della patria in grado di guidare la nazione verso un glorioso destino nazionalistico e imperialistico.

Nel 1918 fu protagonista di due celebri episodi: la “Beffa di Buccari“, un’incursione con motosiluranti nel golfo del Carnaro, sulla costa Dalmata e il “volo su Vienna“, durante il quale il poeta, per dimostrare il coraggio del popolo italiano, fece cadere sulla capitale asburgica una pioggia di volantini propagandistici.

Nel 1919, a guerra finita, progettò e condusse un’altra impresa, dando voce al malcontento popolare per la “vittoria mutilata” con l’aiuto di alcuni suoi legionari, l’occupazione della città di Fiume, che riuscì a tenere per oltre un anno, fin quando, nel dicembre del 1920, il governo italiano non lo costrinse a ritirarsi per non violare i trattati internazionali. L’impresa fiumana con i suoi caratteri populisti e nazionalisti, lo avvicinò al nascente Partito Fascista.

D’Annunzio trascorse gli ultimi anni della sua vita, in una sorta di esilio volontario a Gardone sul Lago di Garda, dedicandosi all’allestimento di una vera e propria “casa-museo” che volle poi lasciare in dono al popolo italiano dandole il nome “Vittoriale degli Italiani“. Morì il 1° Marzo 1938.

Le Opere

Dagli esordi all’estetismo decadente

Le prime due raccolte di poesie di D’Annunzio risalgono alla sua adolescenza.

  • Primo vere (1879), pubblicata quando ancora frequentava il liceo, gli valse le critiche dei professori per l’eccessiva libertà dei temi e del linguaggio e per la sua forte sensualità. I componimenti risentono della metrica “barbara” carducciana.
  • Canto novo (1882), parla della natura in cui il poeta si immerge che viene personificata ed è simbolo di energia vitale vibrnte di sensualità ed erotismo; non mancano anche toni intimistico-malinconici. La fisicità cantata dal poeta ha un registro alto e prezioso.
  • Intermezzo di rime (1883), fu una raccolta di poesie tipicamente decadenti in cui ricorrono immagini di distruzione e corruzione e scene erotiche.
  • Le poesie di Isaotta Guttudauro ed altre poesie (1886), poi divise in due raccolte, L’Isottèo e La Chimera, pubblicate nel 1890 in un unico volume sono permeate di languore, erotismo e mondanità.
  • Nel 1892 uscirono le Elegie romane, più misurate e classiche, sul modello carducciano.

Sul modello delle novelle veriste verghiane, D’Annunzio si cimentò nei bozzetti di vita abruzzese della raccolta Terra vergine (1882), dove tratteggia un mondo di istinti vitali ed erotici forti e talvolta bestiali.

Il gusto decadente ed estetizzante della produzione poetica trovò la sua consacrazione nel romanzo Il piacere, imperniato sull’edonismo del protagonista, Andrea Sperelli, avido di piaceri, cultore del bello, stanco di tutto, ma deciso a fare della sua vita un’inimitabile opera d’arte.

La produzione ispirata alla letteratura russa

Dopo il successo ottenuto con Il piacere, D’Annunzio, suggestionato dalla moda del romanzo russo, impostasi in Francia tra il 1889 e il 1890, si dedicò alla sperimentazione letteraria accostandosi al tema della purezza, della bontà d’animo, del commosso ritorno alla natura, tratti caratteristici dei personaggi di Lev Tolstoj, e all’indagine psicologica, attenta ai conflitti interiori e agli stati mentali alterati e talora patologici di alcune figure dei romanzi di Fedor Dostoevskij.

Durante il periodo russo D’Annunzio scrisse:

  • Giovanni Episcopo, nel quale è evidente il richiamo al personaggio, caro a Dostoevskij, “buono” e “mite” che, davanti all’umiliazione e all’offesa trova la forza di reagire.
  • L’innocente, nel quale è evidente l’influsso dei narratori russi che si traduce nella tematica della “bontà”, nell’analisi della cortorta psicologia del protagonista e dei conflitti che intorbidano il suo animo.
  • Il Poema paradisiaco è una raccolta di 54 liriche in cui gli eccessi del passato, i temi erotici e trasgressivi sembrano lasciar posto alla ricerca di un mondo fatto di affetti familiari, di innocenza e di originaria purezza; lo stile si caratterizza per l’adozione di forme colloquiali, quasi prosastiche.

La produzione del superomismo

Nel 1892 la lettura dell’opera di Nietzsche, il filosofo che aveva elaborato la teoria del superuomo, segnò l’avvio di una nuova vitalità poetica in D’Annunzio, che applicò tale teoria alla figura del poeta, rendendolo un essere superiore, svincolato da ogni regola morale, cultore del bello, propugnatore di una visione politica aggressiva e imperialista e del dominio di una classe privilegiata, violenta e raffinata, sul mondo borghese.

Il mito del superuomo è incarnato dai protagonisti di quattro romanzi di questo periodo:

  • Il trionfo della morte (1894), che costituisce, dopo Il piacere e L’innocente, la terza opera dei Romanzi della rosa, basati su atmosfere sensuali e di languore (la rosa rappresenta, infatti, il piacere, la voluttà).
  • Le Vergini delle rocce (1895) rappresenta l’esaltazione dell’ideologia nazionalistica e antidemocratica, fondata sulla concezione dello stato, inteso come patria di pochi eletti. D’Annunzio si fa qui portavoce delle tendenze nazionalistiche e imperialistiche che si andavano affermando e diffondendo nella società italiana negli anni precedenti alla prima guerra mondiale.
  • E’ l’unica opera effettivamente scritta tra i “Romanzi del giglio”, ispirati all’idea di purezza.
  • Il Fuoco (1900) rappresenta l’unico romanzo realizzato tra quelli che dovevano formare il ciclo dei “Romanzi del melograno” (frutto simbolo di vitalità e gioia), che avrebbe dovuto comprendere anche La vittoria dell’Uomo e il Trionfo della vita. Il protagonista, è un superuomo che vorrebbe risolvere la vita nell’arte che sente come suprema sintesi di parola, suono, dramma. Sono i temi della poetica wagneriana che si fondono nell’incontro tra poesia e drammaturgia.
  • Forse che si forse che no (1910), rappresenta l’ultimo romanzo, che prende corpo in un contesto storico e culturale caratterizzato da una tecnologia avanzata e dall’esaltazione della velocità, della macchina, dell’aereo.

Tra il 1898 e il 1908 D’Annunzio si dedicò alla composizione di drammi teatrali nei quali mise in scena il culto del superuomo, passioni sensuali e propaganda politica imperialistica. Egli mirava a creare un nuovo teatro tragico che, suprema sintesi di parola, musica e danza, contribuisse a diffondere il verbo superomistico in un linguaggio carico di euforia e di toni declamatori.

D’Annunzio scrisse diversi testi teatrali tra cui:

  • La Gioconda (1898)
  • La città Morta (1899)
  • Francesca da Rimini (1901)
  • La figlia di Iorio (1903), quest’ultimo, il più importante, fu ambientato nel mondo pastorale abruzzese, è caratterizzato da passioni primordiali e violente rappresentate in una dimensione fuori della storia e del tempo. L’atmosfera è quella di una vita primordiale in cui il poeta si immerge per rappresentare i costumi violenti e selvaggi, dominati dalla superstizione, di quella terra.
  • La fiaccola sotto il moggio (1905)
  • La Nave (1908), esaltazione dell’imperialismo sul mare di Venezia agli albori della sua storia.

Le opere del periodo francese e l’ultimo D’Annunzio

Tra le opere in prosa del periodo francese, ricordiamo:

  • Contemplazione della morte (1912), una sorta di diario in cui rievoca episodi della sua amicizia con Giovanni Pascoli e Adolphe Bermond;
  • Faville del maglio (1911-1914), che inaugurano una nuova stagione di prosa, dopo quella superomistica, caratterizzata da riflessioni, recupero memoriale del passato e da una ricerca stilistica basata sul frammento;
  • Leda senza cigno (1912).

Durante il periodo di convalescenza seguito all’incidente aereo in cui aveva perso un occhio (1916), D’Annunzio compose il Notturno, pubblicato nel 1921, che riprende lo stile frammentario e impressionistico delle opere francesi.

Il pensiero e la poetica

Dall’influenza carducciana e verista al Decadentismo

Nelle raccolte di novelle Terra vergine e Novelle della Pescara e nel dramma  La figlia di Iorio il modello invece è Verga, ma l’ambientazione regionale e popolare spesso diventa un pretesto per ritrarre un ambiente violento e selvaggio, regno di istinti primordiali.

La forte componente estetizzante che dominava la sua personalità spinse D’Annunzio ad avvicinarsi al Decadentismo europeo, che faceva della bellezza il bene supremo, nel tentativo di superare la banalità delle convenzioni della morale borghese. Influenzato dalla cultura francese, incarnò l’eroe decadente raffinato, amante del bello, aristocraticamente distaccato dalla mediocrità della massa e, allo stesso tempo, in preda all’esaltazione di un’esistenza vissuta come eroica e grandiosa.

Nacque il mito del “vivere inimitabile“, cioè all’idea della vita intesa come opera d’arte, in un’estenuata ricerca del piacere.

Il mito dell’esteta dimostrò ben presto i suoi limiti: l’esteta vuole distinguersi dalla meschinità della società borghese di fine secolo, di cui critica il vuoto morale e la grettezza degli ideali, ma non ha i mezzi adeguati per farlo. L’atteggiamento aristocratico che lo contraddistingue, il disprezzo per la società perbenista e le sue regole lo inducono a un isolamento sterile e privo di senso. Andrea Sperelli, protragonista del piacere, si rifugia in un mondo artificioso, consapevole della sua indole di perdente. E D’Annunzio non manca, attraverso un’impietosa analisi psicologica, di smascherare le contraddizioni e le fragilità del suo alter ego letterario.

Ma il richiamo ai modelli del Decadentismo europeo è ravvisabile anche nella scelta di un linguaggio rarefatto, suggestivo, prezioso e musicale, come quello di Verlaine, sempre teso al coinvolgimento dei sensi del lettore.

Tra esperienza letteraria e biografica

D’Annunzio si ispirò ai romanzieri russi, dai quali mutuò rispettivamente il tema dell’aspirazione alla purezza e alla rigenerazione morale, della pietà nell’auspicio di una possibile fratellanza universale e la tendenza all’indagine psicologica di anime dilaniate talora ai limiti della patologia. Nasce in questo periodo un desiderio di ripiegamento interiore, che sembra sorto da una delusione tipica della produzione estetizzante culminata nel Piacere.

Non a caso questa fase è stata definita da D’Annunzio stesso della “bontà”, proprio a a voler sottolineare quel senso di autocompiacimento languido e di rilassatezza che pervade i romanzi Giovanni Episcopo e L’innocente, ma soprattutto l’opera poetica Poema paradisiaco.

D’Annunzio riteneva Nietzsche un poeta più che un filosofo e questo presupposto condizionò la lettura del suo pensiero: per Nietzsche il superuomo era l’individuo capace di esprimere una nuova libertà creativa, una volta constatata la “morte di Dio”, ovvero il tramonto di tutti i valori fino ad allora considerati fondamentali dalla società occidentale; D’Annunzio sovrappose l’idea del superuomo nietzschiano a quella del poeta creatore, quale uomo superiore capace di rappresentare un mondo migliore.

Nell’interpretazione dannunziana, il superuomo unisce all’eccezionalità dell’esteta le doti positive dell’energia e del vitalismo, repressi dalla meschinità della morale perbenistica, che gli consentono di affermare il proprio dominio sulla realtà. Sposandosi con l’ideologia nazionalistica, l’ideale superomistico riconosceva il diritto, a personalità d’eccezione, di affermare se stesse per cancellare la meschinità del mondo ed esaltava una politica aggressiva e imperialistica.

Ma anche la figura del superuomo è fragile: vittima delle sue aspirazione velleitarie, ostacolato dalla presenza del nemico- di solito una donna- è condannato alla sconfitta e la sua vicenda si conclude spesso tragicamente.

L’ideale “dionisiaco” tratta di un momento di esaltazione orgiastica dei sensi in cui l’uomo tende a fondersi con la natura, opposto a un altro stato, chiamato “apollineo”, caratterizzato di equilibrio e di compostezza.

Il Superuomo sa giungere per D’Annunzio a un processo di trasformazione dallo stato umano a quello vegetale e viceversa. In questo continuo scambio di attributi tra realtà umana e naturale, spesso la natura viene personificata, diventa divinità, e talvolta, tende a confondersi e a fondersi con l’uomo in un tutto, come troviamo nell’Alcyone. Da qui si ha la definizione di “panismo“, cioè derivante dal Dio pan, essere semidivino della mitologia greca che incarnava le forze primordiali della vita e della natura. Per D’Annunzio l’uomo in questa fusione con la natura può liberarsi dai propri vincoli naturali ed elevarsi.

Il poeta si serve di una parola poetica profondamente evocativa, che diventa strumento per attingere all’essenza segreta delle cose.

In questa concezione della poesia si individua l’influsso di Baudelaire e dei Simbolisti francesi, specie di Rimbaud che esalta la figura del poeta “veggente” capace di svelare le corrispondenze nascoste del reale.

Ne scaturisce uno stile nuovo che ricorda Verlaine, per la sua poesia solo apparentemente semplice, ma in realtà sorretta da una musicalità che suscita sensazioni indefinite e vaghe, a tratti languide e tristi. D’Annunzio lavora quindi sul tessuto fonico e ritmico della poesia per esprimere nuovi stati d’animo.

Oltre alle parole il poeta si avvale della scelta di immagini caricate di un nuovo valore simbolico, che esprimono significati nuovi, prettamente decadentisti.

Gli anni della prima guerra mondiale videro D’Annunzio impegnato nella propaganda interventista.

L’intento di convincere l’opinione pubblica circa la necessità dell’intervento bellico fece di D’Annunzio un poeta “vate”, in grado di guidare le coscienze. Questo atteggiamento mal si coniugava con l’immagine aristocratica e distaccata dell’esteta incline al disprezzo per le masse e costituirà l’ambiguità di fondo della sua esperienza biografica e letteraria.

L’ultima fase della produzione dannunziana, detta “notturna” perchè inaugurata dalla prosa del Notturno, è intimista e autobiografica: il poeta registra sensazioni fuggevoli e intime e presta particolare attenzione ai propri sentimenti e ricordi. Anche la parola si fa più allusiva e suggestiva, accompagnandosi alla forma del frammento e della prosa lirica e a un linguaggio ricercato ed evocativo.

Nonostante la grande varietà di forme e di generi, l’opera dello scrittore, destinata a un pubblico selezionato, conserva una sua sostanziale unità di intenti: si presenta come arte raffinata, volta a delineare personalità d’eccezione, vite fuori dall’ordinario dietro le quali si cela lo stesso poeta.

Questo è un altro istante con la Storia, Grazie ci vediamo domani!

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