Italo Svevo

Vita

Svevo

Italo Svevo nacque a Trieste il 19 dicembre 1861 da una famiglia agiata borghese ebraica. La famiglia paterna era di origine austriaca, mentre quella materna era italiana, il che favorì una formazione legata a entrambe le tradizioni culturali, come dimostra il nome d’arte che più tardi egli scelse, in cui sono espliciti i legami sia con l’Italia sia con la Germania.

Trieste periferica rispetto ai centri culturali italiani, era una città aperta agli influssi della cultura europea, soprattutto di quella mitteleuropea, cioè dell’Europa centrale.

Svevo ricevette un’istruzione primaria bilingue, perché nella scuola israelitica di Trieste da lui frequentata si insegnavano sia l’italiano sia il tedesco. Successivamente il padre lo mandò a studiare assieme ai fratelli in un istituto commerciale in Baviera, dove rimase per cinque anni.

Nel 1880 iniziò una collaborazione con il giornale “l’Indipendente”, scrivendo recensioni teatrali e articoli di argomento letterario e filosofico. Entrato poi in contatto con la cultura positivista e con le teorie di Darwin, si rese conto ben presto del pesante condizionamento che la società esercita sugli individui e orientò così il suo pensiero verso idee socialiste e marxiste.

Il matrimonio fu un’unione felice e contribuì a migliorare la condizione economica e sociale di Svevo che, da piccolo borghese qual era, si trovò introdotto nell’ambiente dell’alta borghesia triestina.

Nel 1899, due anni dopo la nascita della figlia Letizia, lasciò la banca e diventò direttore della fabbrica del suocero, un’industria di vernici per imbarcazioni. A spingere Svevo verso questa scelta fu anche la delusione derivata da un ulteriore insuccesso letterario: nel 1898 aveva infatti pubblicato il secondo romanzo, Senilità, anche questo completamente ignorato dalla critica.

Negli anni successivi, costretto a frequenti spostamenti all’estero per motivi di lavoro, Svevo ebbe necessità di migliorare il suo inglese e per questo, nel 1905, si rivolse a James Joyce, che allora insegnava alla Berlitz School di Trieste.

Lo scoppio della prima guerra mondiale pose un freno all’attività della fabbrica di vernici, così Svevo ebbe l’opportunità di dedicarsi all’approfondimento della psicanalisi e di collaborare con un nuovo giornale triestino, “la Nazione”.

Mentre lavorava alla composizione di un quarto romanzo, che avrebbe dovuto intitolarsi Il Vecchione o Le confessioni del vegliardo, Svevo morì per le lesioni riportate in un incidente stradale il 13 settembre 1928.

 

Le opere

 

I primi romanzi

Il primo romanzo di Italo Svevo, Una vita, fu pubblicato nel 1892, a spese dell’autore e in sole mille copie, dall’editore Vram di Trieste.

L’opera è ambientata nella società borghese triestina, rappresentata in maniera oggettiva; l’indagine sociale risente infatti della poetica realista e naturalista, derivata dalle letture dei narratori francesi. Svevo indaga i rapporti tra società e individuo e, in particolare, racconta le difficoltà di chi aspira alla scalata sociale e le falsità delle relazioni interpersonali. Al centro della vicenda compare la figura dell’inetto, un individuo mediocre, alienato dalla realtà e vittima della propria inadeguatezza.

Pubblicata nel 1898, anche quest’opera fu ignorata dalla critica ed ebbe una edizione definitiva solo nel 1927. Come in una vita, sono presenti spunti autobiografici: siamo a Trieste e il protagonista, l’impiegato Emilio Brentani, è un inetto che vive tra il rimpianto per una carriera letteraria irrealizzata (in realtà è un intellettuale fallito, che in passato ha pubblicato un romanzo, senza successo) e la monotonia di un’esistenza destinata al fallimento. Condannato così a una precoce vecchiaia, Emilio, triste e apatico, in cerca di una rivincita sulla vita, potrà solo amaramente scoprire l’impossibilità di qualsiasi riscatto. Emilio Brentani, proprio come Alfonso Nitti, rispetto ai tradizionali protagonisti dei romanzi romantici mostra l’inadeguatezza dell’uomo alla vita. In quest’opera è presente l’analisi dell’ambiente sociale, che rimane sullo sfondo, lasciando così maggiore spazio alla rappresentazione delle dinamiche dei rapporti tra i personaggi.

 

Il periodo del “silenzio” letterario

Negli anni del silenzio letterario, di grande importanza fu la traduzione del saggio L’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud, lavoro compiuto da Svevo nel 1918, insieme a un nipote medico. L’interesse per la psicanalisi si era già manifestato in lui tra il 1908 e il 1912, quando il cognato era andato in cura proprio da Freud, a Vienna.

 

La coscienza di Zeno e le ultime opere

Dal 1919 al 1922 Svevo si dedicò al suo terzo romanzo, La coscienza di Zeno, che fu pubblicata nel 1923 a Bologna e accolto dal consueto iniziale silenzio della critica.

La figura del protagonista introduce un elemento di evoluzione nella figura dell’inetto: Zeno Cosini tenta di curare con sedute psicanalitiche una forma di nevrosi che lo fa vivere in perenne disagio esistenziale, ma attraverso la quale egli riesce a smascherare le falsità, gli inganni e le illusioni della società borghese, sana ed equilibrata solo in apparenza. Nella sua complessa problematicità, Zeno rappresenta la condizione nevrotica dell’uomo moderno.

Risale al 1927 il profilo autobiografico, un’opera in cui Svevo parla di se stesso in terza persona, ricorda gli avvenimenti più importanti della sua vita, le tappe della sua formazione umana e culturale e il suo percorso artistico, dagli inizi fino alla conquista del successo.

Ci restano solo alcune pagine, composte nel 1928, di un quarto romanzo, che Svevo aveva intenzione di scrivere, dal titolo Il vecchione o Le confessioni del vegliardo. In questa ultima prova letteraria Svevo voleva rappresentare la condizione alienata del vecchio nella società moderna.

 

Il pensiero e la poetica

La formazione culturale di Svevo fu varia e complessa: la sua conoscenza del tedesco, del francese e dell’inglese gli consentì di attingere alle fonti degli autori europei in lingua originale, accogliendo le lezioni dei suoi modelli in modo del tutto personale.

L’attenzione di Svevo all’interiorità dei personaggi e al complesso intreccio delle motivazioni che spingono l’individuo ad agire fu mutuata in parte dalla componente irrazionalistica del pensiero di Schopenhauer, che aveva individuato i meccanismi di auto illusione e aveva svelato, in una visione amaramente pessimistica, la vanità delle aspirazioni umane, e di Nietzsche, filosofi che egli aveva studiato a fondo, ma soprattutto da quel grande indagatore dell’animo umano che fu il romanziere russo Fedor Dostoevskij, il quale individua la causa dell’inettitudine nell’intelligenza, cioè nella capacità di indagare e spiegare la realtà.

Un ruolo determinante nella vita culturale di Svevo ebbe il rapporto con Joyce, che gli fece conoscere la narrativa inglese, il cui influsso è da collegare all’umorismo e all’ironia con cui l’autore tratteggia i comportamenti più goffi e bizzarri dei suoi protagonisti.

La Ricerca di Proust, da cui ricavò l’idea del recupero della memoria come mezzo per analizzare il passato e l’interpretare il presente.

Nel primo romanzo, Una vita, è evidente l’influsso del Realismo e del Naturalismo per la minuziosa caratterizzazione di personaggi e ambienti. La rappresentazione della società risente anche della lezione darwiniana, che concepisce la vita come lotta, in cui prevale il più forte. Senilità, il secondo romanzo, pubblicato nel 1898, è la storia della rinuncia alla vita da parte del protagonista, condannato alla passività e all’autoesclusione.

Accanto alla figura del protagonista, Emilio Brentani, compaiono tre coprotagonisti con un ruolo di primo piano nella vicenda: Amalia, la sorella di Emilio, Angiolina, la donna da lui amata e l’amico Balli.

Svevo si allontana sempre di più dal romanzo naturalista e si concentra sull’indagine psicologica.

Fu proprio la volontà di indagine psicologica dei personaggi ad avvicinare Svevo alle teorie di Freud, nei cui confronti si pose un atteggiamento di autonomia critica: un certo scetticismo gli derivava dall’esperienza diretta, dal momento che Bruno Veneziani, suo cognato, si era affidato alle cure di Freud, che sperimentava il suo innovativo metodo terapeutico, ma era stato giudicato inguaribile. Svevo se ne servì come strumento di analisi del labirinto della psiche umana, degli aspetti più nascosti dell’agire dei suoi personaggi svelandone le più intime motivazioni.

Quella scelta si tradusse, sul piano formale, nell’adozione di nuove tecniche narrative. Il racconto, teso a indagare il percorso psicologico del protagonista, non segue un ordine cronologico, ma procede secondo criteri tematici: ne deriva una continua oscillazione tra passato e presente, ma anche una sfasatura tra l’io narrante e l’io narrato. La sintassi, che deve riprodurre queste continue alternanze, è complessa. Questi elementi, scardinando l’impianto romanzesco tradizionale, rinnovarono profondamente la narrativa italiana, modificando il modo di concepirne la scrittura.

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